LIMEN- Sugli aspetti occulti della Natura epifanica, 2010

OPERE:

NUBILAAXISQUIDEPIFANIELIMINARIYANACAMERA BUIA

Il termine latino Limen racchiude in sé efficacemente le colonne portanti di questo progetto tutto costruito intorno all’idea di principio e soglia  che al contempo indicano sia un limite che il suo superamento.  Da un lato c’è la Natura che oppone resistenza ad ogni tentativo di essere interpretata e lo fa manifestandosi nella maniera più coerente, tanto da non lasciar supporre alcuna lettura alternativa. Dall’altro c’è l’Uomo al cospetto di un universo epifanico sul quale lo sguardo rimbalza nel difficile se non vano tentativo di accedere a suoi livelli più profondi e reconditi.

L’intero mondo della manifestazione è un apparato solido, quasi una superficie bidimensionale e con un suo equilibrio scardinabile solo grazie a precise chiavi interpretative che sono sparse nel nostro mondo e che in esso ci sono date, ma che risultano invisibili essendo mimetizzate con il mondo stesso. L’immagine deviante della Natura è paragonabile al trompe-l’oeil di un paesaggio dipinto su una porta. Per spiegare questo arcano, ci si avvale dell’esempio del rebus, in cui lettere e numeri giustapposti hanno facoltà di stravolgere il senso di un’immagine che ci appariva del tutto compiuta ed inequivocabile.

L’Uomo che guarda sé stesso e la Natura in cui vive, non riesce a vedere nulla poiché egli stesso crea l’ombra su ciò che osserva, oscurandolo. L’ambiguità di essere tanto più intelligibili quanto più visibili, è peculiarità dell’Uomo come di ogni cosa di questo mondo, che si tratti di piante o di oggetti.

Il buio non dipende da questioni relative alla luce, ma è condizione propria ed intrinseca di ogni cosa già in quanto esistente. La luce non si fa quindi svelatrice di un mistero, ma rivelatrice del fatto di esserne in presenza e, per un paradosso simbolico, quanta più luce vi sarà, tanto più sarà evidente il buio (o nero) proprio delle cose.

L’Uomo, come ogni altra cosa manifesta, deve abnegarsi, rinunciare a sé stesso e scostarsi dalla propria prospettiva individuale, affinché possa acquisire una cognizione maggiore delle cose. L’illuminazione o grado di comprensione, è data da questa profonda presa di coscienza, concessa però solo a chi è vocato e a chi, di conseguenza a tale vocazione, si inizia ai misteri della Natura. Così ogni cosa accennerà a rivelarsi quanto meno similmente a come profondamente è.
Senza il dono della vocazione (che diventa iniziazione) l’Uomo è condannato alla cecità, all’illusione e alla prigione dell’ermetismo, senza per altro esserne consapevole.

Questa dialettica tra Uomo e Natura è contestuale alla ciclica ritualità della Creazione, all’interno di un ideale percorso dove inizio e fine coincidono e si sovrappongono essendo indispensabili e funzionali l’uno all’altro. Ogni cosa, rivelata o meno che sia, è sempre a partire dal dato della Creazione, nell’incessante circolarità che passa dal buio alla luce per poi tornare al buio. Questa alternanza di luce e tenebra investe ogni cosa ed ha luogo in alto come in basso, nel grande come nel piccolo, nel dentro come nel fuori.
Questo è l’”eterno presente” della Creazione, di cui ogni cosa diviene simbolo nell’atto di riprodurla.

Questo ciclo di opere si pone all’interno di un flusso di pensiero tradizionale, contro ogni forma di cinico individualismo e bieco relativismo, lungi dall’autobiografismo, dalle fortuite contingenze temporali, da quell’insieme di accidentalità che chiamiamo Storia. Qui anche l’Arte cessa di essere uno scopo ed inizia ad averne uno, assumendo il ruolo di umile cavallo di Troia contestualmente asservito al trasporto di principi imperituri poiché pre-umani e pre-storici, dunque del tutto indipendenti dall’Uomo e dalla sua Storia.

Helena Rusikova

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